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Il welfare aziendale e i CCNL: le ultime novità nella contrattazione

Sempre più il welfare aziendale si inserisce quale elemento cruciale in fase di rinnovo e integrazione dei contratti collettivi nazionali del lavoro.
A partire dal CCNL dei metalmeccanici, tra i primi a prevedere misure già messe nero su bianco, questo trend si sta diffondendo anche in altre categorie come dimostrano i tanti rinnovi alle porte o appena sottoscritti.

A fare da apripista, circa due anni e mezzo fa, è stato l’accordo con i sindacati per il rinnovo del contratto per l’industria metalmeccanica e della installazione di impianti che dal giugno 2019 prevede l’incremento a 200 euro (dai 150 euro dello scorso anno) del valore spendibile in flexible benefits per ciascun dipendente. Tale importo può essere destinato anche interamente alla previdenza complementare o alla sanità integrativa (Fondo Cometa o Fondo MetàSalute).

 


CCNL rinnovati e Welfare aziendale: dagli orafi alle telecomunicazioni

La tendenza a prevedere nella contrattazione collettiva una somma da destinare a quei beni e servizi che vanno ad integrare la retribuzione è rapidamente cresciuta, favorita dagli sgravi fiscali e contributivi previsti. A prevedere l’introduzione di misure di welfare e flexible benefit sono contratti di settori produttivi diversissimi tra loro.

Una delle ultime intese sottoscritte riguarda ad esempio il personale delle Case di Cura e i Servizi Assistenziali e Socio Sanitari dove il welfare aziendale è un perno. Il CCNL firmato a marzo 2018 stabilisce, infatti, che le aziende dovranno erogare annualmente ai loro collaboratori, fino al 2020, 200 euro sotto forma di bene e servizi di welfare e quindi una cifra utilizzabile per previdenza complementare, sanità, educazione-istruzione, assistenza buoni acquisto o voucher per i servizi e il tempo libero.

Significativa anche la firma del CCNL valido per gli orafi, argentieri e gioiellieri - ovvero un settore che riguarda 45mila occupati in Italia – dove la cifra per il welfare aziendale lievita progressivamente: dai 100 euro del 2018 si passa ai 150 euro di quest’anno fino ad arrivare ai 200 euro del 2020.

Nel 2018, con l’intesa tra le parti sociali raggiunta sul nuovo integrativo (e valido per il 2018, ndr) il welfare aziendale è entrato ufficialmente anche in un settore strategico come quello delle telecomunicazioni: per ogni dipendente si prevedeva un valore di 120 euro in beni e servizi di welfare aziendale.

Nei mesi scorsi è stato rinnovato anche il CCNL FIPE (pubblici esercizi, ristorazione collettiva e commerciale e turismo) che impone la definizione di un accordo integrativo tra le parti sociali sul premio di risultato da stipulare fra il 2018 e il 2021 e, in assenza di tale accordo, l'erogazione di una cifra di 140 euro a dipendente (riproporzionato per il part-time) da spendere in beni e servizi di welfare aziendale.

 

CCNL Scaduti e Welfare aziendale: i margini di crescita

L’interesse e l’attenzione rivolta dai CCNL di settori produttivi molto diversi, come quelli sopra citati a titolo di esempio, dimostra come il welfare aziendale abbia ampi margini di sviluppo nella contrattazione di primo livello, e possa rappresentare un interessante elemento per molti contratti da rinnovare e attualizzare.

Ci sono, infatti, casi di “vecchi” contratti scaduti da diverso tempo e prorogati di anno in anno in cui il welfare aziendale è assente o appena accennato. Nel CCNL del trasporto aereo (scaduto il 31 dicembre 2016) si fa riferimento al welfare contrattuale senza specificare gli interventi.

Mentre in due contratti scaduti a fine del 2017, quello del settore marittimo e il CCNL autoferrotranvieri, nel primo caso si delega in modo esplicito il secondo livello alla contrattazione del welfare aziendale e nel secondo caso si parla di “un adeguato sviluppo del sistema di welfare aziendale”. Per queste categorie, come per altre che attendono i rinnovi, il peso del welfare aziendale sembra destinato ad aumentare.

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