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La gestione dei residui del Piano di welfare aziendale: tutte le soluzioni possibili

 

Come ogni bonus o servizio che si rispetti anche quelli erogati attraverso il welfare aziendale sono soggetti a una scadenza. Nel senso che vanno utilizzati entro un termine che solitamente è stabilito nell’apposito piano.

Con il boom del welfare aziendale, diffuso in sempre più realtà in Italia grazie alla vastità dell’offerta e agli enormi vantaggi fiscali, questo pilastro della retribuzione riguarda ormai milioni di dipendenti. Può accadere, tuttavia, che alcuni collaboratori non usufruiscano del valore da spendere in beni e servizi in apposite piattaforme online entro la data stabilita. Si è posta così la questione relativa alla gestione dei residui.

Che cosa succede se un dipendente non spende tutto il suo welfare aziendale? Rischia di perdere tutto o può sommare il residuo a quanto gli spetterà in futuro?

Una premessa è d’obbligo: sul credito a disposizione non utilizzato entro i termini non c’è una normativa in grado di chiarire ogni aspetto. Tuttavia, in linea di massima, le regole da seguire in caso di rimanenze sono esplicitate nei singoli accordi e nei regolamenti dei piani di welfare aziendale proposti dai datori di lavoro ai dipendenti.

Le opzioni previste per i residui dei bonus welfare

Le opzioni previste sono diverse, anche se non tutte sono così diffuse.
L’eventualità più drastica (per il dipendente) è l’azzeramento del valore, che deve essere chiaramente esplicitato nel regolamento del piano e dunque obbliga il destinatario del bonus a utilizzare l’intero importo a sua disposizione entro la scadenza fissata.

La scelta che non comporta alcun danno per il dipendente, invece, è il trasferimento del valore non utilizzato all’annualità successiva per intero e senza decurtazione: tale modalità consente per esempio di accumulare valori per godere di beni e di servizi particolarmente onerosi. In teoria nel ventaglio delle possibilità previste rientrano anche quella di destinazione dei valori residui a una forma specifica di welfare (come può essere il fondo di previdenza complementare) oppure quella di utilizzo da parte dell’azienda della cifra stanziata al singolo per misure generiche d’aiuto (magari per il personale più in difficoltà). Anche se per utilizzare tale misura ci deve essere un’indicazione apposita nel regolamento aziendale.

 

Monetizzare non conviene mai

Espressamente vietata dall’Agenzia delle entrate per i piani di welfare on top, la monetizzazione dei residui è prevista soltanto se ci si trova di fronte a premi di welfare accordati a seguito di trasformazione di premi detassati.
In questo caso, ovviamente, si applica un’imposta sostitutiva al 10% se si sceglie di trasformare il welfare aziendale in denaro. Per questo, anche dove possibile, non conviene (né per l’azienda né per il dipendente) convertire in denaro la quota di welfare residuo, ma è sempre meglio cumulare il residuo con il totale dell’anno successivo.

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