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Smart working, i numeri di un fenomeno

Smart working: lavoro intelligente o lavoro agile. Di definizioni ce ne sono diverse, ma il concetto è uno: adattare il lavoro alla persona e non la persona al lavoro. In Italia, questo nuovo approccio, che prevede tra le altre cose la possibilità di lavorare da remoto, in mobilità o da casa e di gestirsi in autonomia con gli orari e gli strumenti, sta assumendo dimensioni sempre più importanti. È anche per questo che lo smart working è entrato in questi anni a far parte del paniere di iniziative di welfare che le aziende oggi possono offrire ai propri dipendenti nell’ottica di migliorare la conciliazione vita-lavoro, la soddisfazione e, di conseguenza, anche la produttività in azienda.

Secondo una recente ricerca condotta dall'Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, nel 2017 sono stati 305mila i lavoratori che hanno goduto di queste opportunità: il 14% in più rispetto al 2016. Tra le grandi imprese, sono più di un terzo (36%) quelle che hanno avviato progetti strutturati. E la formula sembra piacere anche alle Pmi, dal momento che il 22% ha già lanciato iniziative in questo senso.

I benefici dello smart working sono molteplici. Basti pensare, per esempio, alla drastica riduzione degli spostamenti casa-lavoro, con notevole risparmio di tempo e - per le imprese più attente all’ecosostenibilità - con minore impatto ambientale. Si calcola che una singola giornata di lavoro in remoto potrebbe far risparmiare mediamente 40 ore all’anno trascorse sui mezzi: tempo che uno “smart worker” può dedicare alla propria vita privata, migliorando il proprio work-life balance.
Sul fronte ambientale, invece, un giorno di lavoro da remoto genera una diminuzione di emissioni di CO2 pari a 135 kg all’anno. Poi ci sono le conseguenze di tipo economico: la produttività migliora (secondo le stime dell’Osservatorio, si può arrivare a un incremento del 15%), l’assenteismo cala e si riducono i costi per uffici e spazi fisici.

 

I progetti messi in piedi dalle aziende

Tra i progetti di lavoro agile più significativi lanciati da aziende italiane ci sono quelli che hanno vinto gli Smart Working Award, i premi istituiti dallo stesso Osservatorio del Politecnico. C’è per esempio, chi, come Axa Italia,  si è aggiudicato il riconoscimento nel 2017, “Smart working, smart life”. L’iniziativa, che ha coinvolto in poco più di un anno e mezzo quasi tutta la popolazione aziendale, prevede diversi elementi tra cui il dare a ogni team la possibilità di costruire il proprio modello di lavoro agile, il lavorare da remoto fino a due giorni alla settimana, l’eliminazione delle postazioni fisse, la creazione di ambienti per favorire la collaborazione e il mettere a disposizione di tutti un laptop.

Una menzione speciale del Politecnico nel 2017 è andata poi a Benetton per “Stretch your time”, un meccanismo di flessibilità oraria in entrata e in uscita all’interno di una fascia oraria specifica che ha consentito, da ottobre 2016, a oltre mille dipendenti del gruppo di avere più elasticità nel gestire gli orari e nel timbrare il cartellino.
Nel 2015 a vincere lo Smart Working Award era stata invece Siemens Italia, che proprio quest’anno, dopo sei anni di sperimentazione parziale, ha siglato un accordo con i sindacati in base al quale dal primo gennaio 2018 tutti i dipendenti (tranne i tecnici) possono scegliere  ogni giorno se lavorare da casa o in ufficio senza l’obbligo di timbrare il cartellino. La valutazione delle prestazioni lavorative sarà fatta quindi non in base alla presenza in azienda, ma ai risultati raggiunti: un principio cardine dell’approccio “smart”.

Un altro caso degno di attenzione è quello di Mars Italia, dove ogni assunto (chiamato “associato” e non “dipendente”), mettendosi d’accordo con superiori e colleghi, ha autonomia nello scegliere di lavorare anche da casa o in altri luoghi, come caffè o biblioteche. Anche qui, i dipendenti ricevono in dotazione laptop e software per comunicare a distanza.

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