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Fondi pensione aperti, chiusi e Pip: aderire informati

A più di dieci dall’introduzione della possibilità di destinare il trattamento di fine rapporto (TFR) a un fondo pensione, gli italiani hanno imparato a conoscere bene la previdenza complementare. Quelli che l’hanno concretamente scelta per la vecchia “liquidazione” sono stati però meno numerosi del previsto. Eppure usare il TFR per garantirsi un reddito aggiuntivo, una volta che ci si sarà ritirati dal lavoro, è in molti casi una scelta lungimirante, viste le incertezze sul futuro previdenziale legate  all’aumento dell'aspettativa di vita e alla riduzione degli assegni con il passaggio dal sistema di calcolo retributivo a quello contributivo. Oggi è anche possibile, ed estremamente conveniente, sfruttare i vantaggi fiscali previsti per il welfare aziendale combinandoli a quelli che si applicano ai versamenti nei fondi di previdenza complementare.

Per prima cosa occorre scegliere con attenzione il fondo pensione a cui affidarsi. Così come quando si accende un mutuo c’è la possibilità di scegliere tra il tasso fisso e il tasso variabile, anche di fronte a uno strumento di previdenza complementare va presa una decisione iniziale. Per i fondi pensione le alternative essenzialmente sono tre: chiuso, aperto o Pip (Piani individuali pensionistici). Con la differenza, rispetto al prestito per l’acquisto di casa, che qui non sempre si tratta di una scelta libera ma legata a determinate condizioni.

Anzitutto va evidenziato che i fondi pensione chiusi, aperti e i Pip sono soggetti alla stessa normativa, anche sotto il profilo fiscale. E il sistema dei fondi pensione è soggetto alla vigilanza della Covip, l'Autorità amministrativa indipendente che ha il compito di controllare il funzionamento di tali strumenti. Ma le varie tipologie di fondo hanno diverse caratteristiche.

I fondi chiusi sono chiamati così proprio perché non può aderirvi chiunque, ma sono riservati ad alcune categorie di dipendenti.  Sono conosciuti anche come fondi negoziali, perché la loro creazione è frutto della contrattazione dei sindacati o delle associazioni di categoria dei dipendenti, generalmente in base ai contratti nazionali di categoria (i metalmeccanici, tessili, chimici…). Questi fondi possono anche essere legati ad un determinato ambito territoriale (una provincia autonoma o una regione a statuto speciale, per esempio). Tra le caratteristiche c’è anche quella di poter iscrivere i propri familiari fiscalmente a carico qualora ciò sia previsto dallo statuto del fondo. Ai fondi pensione chiusi si può destinare sia il TFR che un contributo (fisso e volontario) del dipendente a cui si aggiunge quello del datore di lavoro. L'adesione ad un fondo pensione chiuso o negoziale può, inoltre, perfezionarsi anche tacitamente; qualora entro 6 mesi dall'assunzione il dipendente non indichi la destinazione del proprio TFR sarà, infatti, iscritto d'ufficio.

I fondi pensione aperti, invece, sono istituiti da banche, Sgr, Sim e imprese di assicurazione e sono rivolti, in linea di principio, a tutti. Possono aderire a tali fondi anche familiari a carico degli iscritti e soggetti che non svolgono attività di lavoro. I destinatari principali tuttavia sono autonomi, dipendenti, liberi professionisti e soci di società cooperative e sostanzialmente quelle categorie che non sono in possesso dei requisiti per aderire ai fondi chiusi. Quelli aperti sono fondi pensione a contribuzione definita e di conseguenza le prestazioni non sono determinabili a priori, ma cambiano a seconda dei contributi versati (oltre che da altre variabili come il rendimento degli strumenti finanziari e il regime fiscale applicabile).

Sia l’adesione ai fondi pensione aperti sia quella ai fondi pensione chiusi è incoraggiata da agevolazioni fiscali. Relativamente alla contribuzione, è prevista la deducibilità dei contributi a carico del dipendente e a carico dell'azienda fino al limite massimo di 5.164,57 euro.

Una possibilità particolarmente interessante è destinare alla previdenza complementare una parte della retribuzione prevista nell’ambito di un piano di welfare aziendale, sfruttando la totale esenzione fiscale e contributiva. Dal punto di vista fiscale i contributi versati al fondo pensione nell’ambito di un piano di welfare aziendale non vanno a sommarsi a quelli volontariamente già versati dal dipendente: significa che destinare alla previdenza parte di un eventuale premio di risultato convertito in welfare aziendale non comporta il rischio di andare oltre il limite dei 5.164,57 euro di deducibilità.

Passando ai Pip (Piani individuali pensionistici) le differenze aumentano. In primis, perché al contrario dei fondi pensione aperti e chiusi, in questo caso si tratta di prodotti di tipo assicurativo - investiti sui mercati finanziari - mentre i fondi pensione sono prodotti non assicurativi, anche se per legge devono prevedere un comparto che abbia almeno la garanzia del capitale versato. Il Pip inoltre può accettare esclusivamente adesioni individuali, mentre i fondi pensione possono avere anche adesioni collettive, e quindi il contributo del datore di lavoro.

In base agli ultimi dati della Covip la previdenza complementare è cresciuta sia rispetto al numero di iscritti che al patrimonio. Gli iscritti sono oltre un quarto dei lavoratori e i rendimenti dei fondi pensione superano ampiamente quelli del TFR, sia considerando il solo 2016 sia guardando a un arco di tempo più ampio. Alla fine del 2016 gli iscritti effettivi al sistema della previdenza complementare sono circa 7,2 milioni, cioè  il 27,8% della forza lavoro. I rendimenti medi, al netto dei costi di gestione e della fiscalità, si sono attestati al 2,7% nei fondi negoziali e al 2,2% nei fondi aperti. Per i Pip si è arrivati anche al 3,6% (ma qui i costi sono più alti). In tutti e tre i casi si tratta di rendimenti superiori al TFR, che al netto delle tasse è stato rivalutato dell’1,5%.

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